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Kakà, I belong to Jesus

Dicembre 2007

Un immagine che, indubbiamente, suscita un’istintiva simpatia. Non si può infatti non ammirare la disarmante semplicità e la schiettezza con cui Kakà, nei momenti topici, manifesta la sua fede cristiana, cosa che per lui assume il significato di una vera e propria manifestazione di gioia. Molto è stato già scritto sulla religiosità e sui buoni sentimenti del campione rossonero. È stato in un’intervista all’Avvenire che Kakà ha dichiarato «Il più grande fuoriclasse che conosco è Gesù»: una similitudine calcistica simpatica ed efficace, che traduce un amore sconfinato per la figura di Cristo, frutto persistente dell’educazione nella Chiesa evangelica ricevuta in famiglia. Diversi e per qualcuno stravaganti sono peraltro i motti con cui Kakà esterna quella sua «appartenenza»: sulle scarpette da gioco reca la scritta «Deus è fiel» («Dio è fedele») e al polso tiene, a mo’ di memento, un nastrino con le parole «O que Jesus faria?», cioè «Cosa farebbe Gesù al mio posto?». Insomma un modo diretto, plastico, corporeo, appunto atletico, di esprimere un cristianesimo sentito, con modalità comunicative che raggiungono l’uditorio, soprattutto quello giovanile. Ma tutto questo non è solo uno slogan, perché è esemplare la coerenza che Kakà cerca di mantenere tra la fede e le opere, tra la Bibbia e la vita: correttissimo, da vero sportivo, è il suo comportamento in squadra, sul campo (persino i falli di gioco da lui commessi si contano sulle dita delle mani!) e anche nella sfera privata, pur non nascondendo di godere a pieno della sua gioventù e della sua fortuna. Davvero Kakà, oggi, è la «faccia pulita» del calcio e del suo grande Paese, il Brasile. La riflessione che ne consegue è semplice: sarebbe bello che tutti i battezzati esprimessero con pari serena lealtà il loro essere cristiani, cioè «di Cristo». Senza vergognarsi di questo, e senza ridurre questa bellissima grazia a una questione solo intima, di coscienza, occultata come la lampada sotto il moggio.

 
 
 
       

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