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di Antonio Isacco
novembre 2008

BRIANZA:
LA CULTURA DEL FARE

Mi ricordo di un tremendo tornado che un paio di anni fa si abbatté su più Comuni della nostra Brianza.
Fu una vera catastrofe su quelle località e mise in ginocchio tutto l’apparato produttivo di un zona operosa e quasi felice. Ebbene ciò che il furibondo tornado causò all’economia di quelle persone molto operose, fu, con alacre buona volontà, rimesso in piedi e pienamente operante in circa un mese.
E’il contrario della diffusa cultura dell’emergenza che assilla l’Italia, gestendo ogni dopo- tragedia, dalle alluvioni ai terremoti, dalle crisi alle paure, dalle ondate di piena idraulica a quelle di piena teppistica. E’ la cultura del fare, subito, prima dei finanziamenti, prima della burocrazia, prima delle lamentazioni, prima della cassa integrazione. Ancora storditi, cinque minuti dopo la botta in testa della meteorologia, avevano cominciato a lavorare. Duemila brianzoli, gente nata qui, gente arrivata qui, gente ospite qui, lombardi e meridionali ed extracomunitari avevano già impostato la propria ricostruzione. Il quadro non era più quello della devastazione. Questi paesi: Concorezzo, Usmate, Arcore si erano già rimessi in piedi da soli, accelerando la corsa a riconquistare la normalità. A questi cittadini ancora frastornati dai crolli, il governo aveva garantito l’impegno pubblico per voltare pagina alla storia triste entro la fine di quell’anno. L’impegno privato di questa gente girò pagina mezz’ora dopo il pauroso tornado, prima ancora della visita del presidente del Consiglio. Ciascuno anticipò qualcosa, fatica, soldi, soltanto a Concorezzo c’erano moltissime fabbriche bloccate, produzione scesa a zero.
Dopo poche settimane in alcune aziende si ricominciò a produrre. Prima ancora di aver finito di ricostruire si riprese a vendere e ad esportare. Si ricoprirono i tetti scoperchiati e al riparo si fecero girare le macchine senza abbandonare il mercato. Penso ai tempi biblici di altre ricostruzioni. Ma non è stagione di polemiche e comparazioni. C’è piuttosto da esportare un modello e non è questione geografica né ideologica, e non è questione di scelte economiche, di liberalismo contro statalismo, di spirito del Nord più agile nei confronti di quello del Sud. La Brianza ferita a luglio è un microclima pluriregionale di buona volontà. C’è un precedente in Italia, vasto, nel Friuli.
Ma qui la chiave pitagorica è la priorità del fare sul discutere, ancora più che mai nel Friuli, per ricominciare sul recriminare. Duemilacinquecento italiani rimasero senza occupazione per colpa di un’ora di follia meteorologica. Nessuno di essi si pose nemmeno per un’ora un obbiettivo di stabilizzare uno stipendio a spese della collettività, di scaricare fuori dal bacino del dramma la responsabilità obbiettiva del “come me la cavo”. Se la cavarono.
Ma non immaginatevi un fervore ingenuo e ottocentesco. Non raccontatevi la favola retorica del buon manovale che non dorme di notte per sconfiggere il destino cattivo con la vanga e con i paioli. La Brianza ricucì le proprie ferite in modo direi simile a quello di un computer: con calma e precisione, piani esatti e voglia di fare bene senza concitazione e senza frettolose soluzioni.


 

 

 










 









 
 
 
       

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